Le scrivi davvero tu le canzoni?" Credo
sia questa la domanda più
ricorrente nella mia vita di tutti i giorni. E rispondere a questa
domanda provoca in me sempre un forte imbarazzo, tanto che spesso
mentre rispondo chino la testa, abbasso lo sguardo, come se mi
stessero chiedendo qualcosa di molto più intimo e personale. Come se
una bella ragazza mi chiedesse sfacciatamente: "Hai scritto tu "TI
AMO" sul muro di casa mia?". E io vorrei rispondere sempre: "Si,
ma
non ero in me, scusa...".
Scrivere canzoni, in effetti, è scoprirsi senza tabù. E se
la "canzone italiana" dei giorni nostri è in crisi è
forse per
questo. Chi ce la fa al giorno d'oggi a scoprirsi senza paura, a
dire la verità su chi siamo, su cosa si sogna? Mentre si fa un
disco, mentre lo si scrive, si viene più volte turbati dal
desiderio, a volte l'ossessione, di coprire le parole con la musica,
di difendersi dal giudizio degli altri copiando stili appartenuti a
mostri del Rock del passato, quasi a voler nascondere le melodie, i
brividi e le emozioni che ci appartengono, ma non c'è nulla di più
sbagliato. In questo album, come negli altri che ho scritto, ho
cercato di fare l'esatto contrario. La voce dev'essere forte,
chiara, perché le parole devono avere un senso. Le emozioni non sono
solo nelle melodie, sono nei respiri, nelle parole, nelle rime. Le
melodie sono le scie luminose lasciate dalle "note cadenti".
Io sogno di poter scrivere canzoni, melodie, che senza essere banali
possano trasmettere brividi ed emozioni a chi le ascolta,
oltrepassando i muri di difesa, nascondendo l'imbarazzo di trovarsi
di colpo nudi insieme a chi canta. Penso che questa sia anche
libertà, e penso che questo anche "coraggio". Così come
hanno fatto
i miei più grandi Maestri.
"Maggese" è la condizione di un campo lasciato incolto perché
possa
rimineralizzarsi, tornare fertile. E' il messaggio di un ragazzo di
25 anni, estremamente carico e positivo, che guarda al futuro con
entusiasmo, ma anche con consapevolezza e riflessiva malinconia. E'
il titolo di un disco scritto da chi ha imparato a conoscersi, a
rispettarsi di più, e che non ha paura di aprirsi agli altri.
Il disco comincia con il pianoforte, con un "re maggiore". Maggese
è
il primo brano in scaletta, ed è la canzone che dà il titolo al
disco intero. È un pezzo che descrive la preparazione, mese per
mese, alla partenza. È come se parlassi di un mucchio di cose per
dirne una sola: "sono pronto a vivere di nuovo!". È la risposta
alla
domanda: "Sei pronto?". Ed è una canzone che descrive bene
il mio
carattere, sdrammatizzante rispetto ai problemi, in virtù di quel
che sarà, di quel che si può imparare grazie agli sbagli e alle
cadute. L'ho scritta dopo aver letto una intervista di Bob Dylan, in
cui dichiarava di essere stato in crisi per dieci anni della sua
carriera (nel periodo in cui però scrisse i suoi album migliori).
Nell'intervista dice che ogni sua crisi lo mette alle corde, e
paragona lo scrivere una nuova canzone alla visione della nascita
della prima rosa di Maggio. Cosi nel testo della mia canzone ho
scritto "...Un bacio è solo un bacio, e Marzo è una promessa,
ma per
qualcuno la prima rosa di Maggio è una scoperta!" Quel qualcuno
è
Bob Dylan, un mio "caro amico sconosciuto".
Il mondo musicale in cui è immerso il pezzo è senza dubbio quello
dei Beatles, gruppo a me caro, e caro anche a Bob Dylan, che
diceva: "Bisogna tornare alle origini!". Caro Bob, cosi ho fatto:
orchestra, fiati, niente elettronica, e tutto rigorosamente dal
vivo...
L'ho scritta in un hotel della Romagna, nella migliore tradizione di
chi scrive sui fogli che gli alberghi omaggiano, lì, sopra al
tavolino Ikea uguale per tutte le camere. È in tre quarti, anche
questa in maggiore, ed è una ballata romantica che non parla nello
specifico di me, né di una donna (sebbene una donna ci sia sempre
nelle mie canzoni). Parla di comunicazione, è la canzone che ha
permesso a me stesso di descrivere quanto senta il bisogno di
aprirmi, di dire la verità a chi mi accompagna. Dice "Le tue labbra
stanno male, lo so... non hanno labbra da mangiare, ma la fame
d'amore la si può curare, dannazione! Con le parole..." Le parole,
usate spesso per ferire, per difendersi dagli altri, sono le stesse
che invece possono e devono servire a tutti per risolvere i
problemi. Liberarsi dalle chiusure, dai traumi della vita, dalla
paura di sbagliare, rischiando, parlando, comunicando. Perché le
parole fanno sanguinare, certo, ma non morire, e bisogna fidarsi di
loro. Sono ciò che ci distingue maggiormente dagli altri animali
della terra. Sono una grande occasione, sono la cura, secondo me, a
tanti drammi. Vasco cantava pochi anni fa: "E va bene cosi, senza
parole", ma in realtà le usava eccome, le parole, le ha sempre
usate, e la sua forza è spesso stata proprio la sua spontaneità
nel
comunicare e nel provocare emozioni con esse. "Le tue parole fanno
male" l'ho scritta in 5 minuti, ispirato dalla gioia che mi regalava
mentre la completavo.
Il testo di "Ancora un po'" l'ho scritto a Los Angeles. Gli Stati
Uniti mi hanno molto colpito, direi che per un primo periodo mi
hanno sconvolto. Appena atterrato mi sono detto: "Oddio, ma questi
sono davvero come nei film, questi copiano la loro stessa realtà nei
loro film!!. E in una notte di baldoria e di belle donne dalle cosce
fin troppo al vento, attratto da tutto ciò che luccicava, ho trovato
il tempo di raccontare quell'esperienza in una canzone. Mi sono
detto, se non mi lascio andare non scoprirò come vivono questi! Il
sound, serrato, è stato un piacere per le mie orecchie perché
avevo
l'impressione che mi mancasse un pezzo cosi, radiofonico ma potente,
soprattutto in vista del live elettrico. Ho cantato questo brano a
Bologna, nel "40 Special Studio", luogo destinato al provinaggio dei
brani inediti, ma una volta a Londra non sono più riuscito a
ripetere l'esecuzione con la stessa intensità, d'istinto. Così
nel
disco la voce che si sente è rimasta quella del provino…
"Ci sono le tue scarpe ancora qua, ma tu te ne sei già andata".
Comincia così questa canzone scritta a Bologna verso le 4 di
mattina, in pochi minuti, con la chitarra, davanti agli
oggetti "dimenticati" da una Lei dopo il suo addio. Dedicata ad
Erica, amore vero. Una casa che rimane impregnata di odori, di
ricordi, di suoni e di oggetti appartenuti ad una storia d'amore. La
canzone però descrive cronologicamente ciò che succede dal momento
in cui ci si accorge della solitudine determinata dall'abbandono,
fino a quando tutto si risolve accettandola, esorcizzandola, facendo
sì che i ricordi siano i compagni della propria solitudine, loro
stessi la cura, la guida alla via d'uscita. La "Marmellata",
("...quella che mi nascondevi tu, l'ho trovata", dice l'ultimo verso
della canzone), è la metafora della propria felicità. È
possibile
ritrovarla, se si indaga su se stessi, autoironicamente, su quello
che è accaduto. Non c'è tristezza del cuore che non si possa sanare
tramite se stessi. Il prezzo da pagare è la maturità, la fine
della
serenità inconsapevole dell'adolescenza, ma questa è la vita,
non
c'è via di scampo. Per questo ho aggiunto il numero 25 al titolo, la
mia età. Perché l'età conta, in amore, eccome. 25 anni
per me sono
stati la fine di un periodo di confusione, di perdite, di abbandoni,
ed è a 25 anni che ho trovato seriamente la mia "marmellata".
Ma
l'ho trovata solo ed unicamente perché sono stato costretto, come
tanti, alla solitudine. È quando si è soli che si iniziano a cercare
le cose perdute, e con coraggio le si può trovare.
La canzone che preferisco del nuovo album. Scritta, indovina un po',
in Sardegna, durante una vacanza ospite da amici. Tutti i nomi
citati, i riferimenti ed il resto, sono cose vere, vite reali, facce
ed emozioni realmente incontrate e provate (fra queste persone c'è
anche Ballo, il mio più caro amico).
Si sente molto quanto sia stato De Gregori ad ispirarmi per
scriverla, ma certe cose le puoi dire solo se ascolti Lui!
È forse la prima vera canzone cantautorale che ho scritto nella mia
vita. Emozioni raccontate in forma poetica e "critica sociale", di
un mondo sotto gli occhi di tutti. Nient'altro, il resto non lo si
può spiegare!
Sono cattolico, ma questa è una canzone che parla del tradimento di
una donna, e della conseguente sensazione di abbandono da parte di
tutto e di tutti, compreso Dio, dovuto alla rabbia che provoca, che
può scardinare qualsiasi credenza e oltrepassare ogni fede, per
quanto è cruda e vera la sofferenza di un uomo tradito dalla propria
donna. Chi è stato tradito almeno una volta nella vita sa di cosa
parlo. La donna vista come il diavolo, a dimostrazione che il
peccato è sempre di più principe dei nostri giorni.
È una canzone che non dice ciò che razionalmente si pensa, ma
parla
in prima persona di un uomo nel bel mezzo di una crisi di nervi. La
gelosia e la pazzia sono due vicende simili. "Stavo pensando che
Dio" ha una melodia classica, piuttosto Italiana, ma è una scelta
voluta, così come è italiano lo stereotipo dell'uomo geloso.
Scritta a 16 anni, prima ancora che potessi immaginare che un giorno
sarei diventato un cantante. È una canzone che parla dello scrivere
canzoni come cura di se stessi. Possiamo diventare noi stessi i
nostri psicanalisti, se ci affidiamo all'arte, alla creazione, per
curarci. E questo credo sia il motivo fondamentale per cui si
scrive, ci si scervella per trovare una rima sul foglio, per
riempire una pagina di scarabocchi, e per cantare le proprie canzoni.
Pezzo uscito in una confezione speciale nel Dicembre del 2002. Avevo
promesso che avrebbe fatto parte in una versione meno intimista
della scaletta del nuovo album, ed eccola qua, più carica e più
accattivante di quello che era. È una canzone dedicata al figlio di
un amico, anche lui come molti uomini immerso nel lavoro e nella
propria ambizione, ma non per questo lontano col pensiero dal sogno
di poter passare più tempo con lui.
Questa canzone è nata in un modo ed in seguito è stata arrangiata
in
un altro, cercando di ottenere il sound di una band, che nella mia
testa continua a suonare con me, anche adesso che sui miei dischi
c'è solo il Mio nome. Nella prima versione era in maggiore ed era
totalmente acustica! Parla di attese, di quanto conti amare se
stessi prima di amare qualcun' altro. Parla del fatto che forse
esiste una sola persona che si ama veramente nella vita, e per
questo è meglio a volte aspettare, rinunciare a volere tutto subito,
aiutando il partner a sentirsi veramente pronto, per non rovinare
tutto. Parla dell'importanza del rispetto di fronte al dolore
altrui, dell'importanza del silenzio, della rinuncia al proprio ego
in virtù di quello della persona amata. Il vero amore, che tutti noi
cerchiamo, a volte lo si prova rinunciando a qualcosa, non per forza
cercando di fare di tutto per ottenerlo. Per la prima volta da
quando sono nato chiedo in una canzone non la compagnia, ma la
solitudine, chiedo di rimanere da solo per un po', fino a quando non
sarò di nuovo pronto.
Scritta con un pianoforte rotto per metà, è la riflessione di
un
uomo vicino alla pazzia. È una riflessione di un uomo che si sente
ad un passo dal fondo, fragile, in preda al destino. Si rende conto
di essere fottuto dalla vita, distrutto, e inizia a trovare le
risposte che cercava nelle cose più insignificanti ma più vere.
È
una canzone che ha una certa relazione con il tragico accaduto
dell'11 Settembre ("e più ti rendi conto che sei solo un passeggero,
più respiri a fondo cercando qualcuno, quel maledetto qualcuno, che
illumini il sentiero...). È l'ammissione della propria fragilità,
della propria sconfitta ma allo stesso tempo la ripresa di fiducia
nel proprio Io. È una canzone forse non commerciale, di lunga
durata, in cui oltre all'orchestra, hanno partecipato alle
registrazioni due splendide coriste inglesi, costrette da me a
cantare in Italiano! Canzone romantica di un uomo sull'orlo di un
burrone che prima di buttarsi si volta indietro e prende il volo.
Durante le registrazioni del disco, chiusi per ore in studio, tutto
può essere utile tranne che il proprio cellulare scocciatore. Ogni
notte (le session finivano verso le 23), tornando in albergo, per
sicurezza ascoltavo tutti i messaggi che i parenti, gli amici e..le
amiche mi lasciavano in segreteria, mentre la radio della macchina
faceva da sottofondo, da colonna sonora, a questo intreccio di
emozioni e di ricordi. Da qui l'idea, più per me che per il pubblico
a dire il vero, di registrare un brano in cui al posto della mia
voce ci fosse quella degli "scocciatori". (Mamma, Babbo ecc..ecc..).
Scocciatori che mi mancavano ovviamente…
Linda è un'amica e Moreno è... il mio cane! È una suite
strumentale
divisa in tre parti, per 4 mani e due pianoforti, della durata di 9
minuti e 50 secondi. È stato registrato negli Air Studios di George
Martin, rigorosamente live e tutto d'un fiato.