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11 giugno 2008 La formula Cremonini: "Abbey Road a Bologna" Torna con un singolo e sceglie i brani per il prossimo album MILANO — «Dicono di me, che sono un bastardo, bugiardo e lo fanno senza un perché». Comincia così «Dicono di me», la canzone con cui Cesare Cremonini torna a tre anni dall'ultimo album di inediti. Che fa, è un personaggio pubblico e si lagna per il gossip? «È un brano d'amore, non di lamentela. Non soffro più per i pregiudizi. Il testo prosegue così: "E invece no, nessuno sa/ che avrei soltanto l'amore per lei". Intendo dire che se si usano testa e cuore, se si crede in un sogno, è possibile andare contro qualsiasi ostacolo». «Dicono di me» è nelle radio da una settimana e anticipa un disco, ancora senza nome, che uscirà in autunno. Una canzone d'amore, ma anche un brano perfetto per l'estate, un colpo all'acceleratore della Vespa 50 che lo lanciò ai tempi dei Lùnapop. «La canzone neomelodica italiana ha già tanti protagonisti e aspiranti... — dice con ironia —. Pur rimanendo nella melodia medi-terranea, ho sempre tenuto un occhio ai Queen e al britpop che ha segnato la mia generazione». Una generazione — Cesare ha 28 anni — che è ancora agli inizi, spesso bloccata al palo. Lui è un'eccezione. Il suo ritratto in coppia con il bassista Ballo, è sulle gigantografie appese alle antiche porte della città assieme a quello dei padri della musica bolognese. «Ohi ben! Sono su porta Santo Stefano e ogni volta che ci passo resto senza fiato. Il fascino del palcoscenico, le luci, le interviste: quando sono in giro mi sento calato in quella vita, ma a casa non ci sono abituato». Se toccasse a lei scegliere un simbolo della Bologna musicale? «Morandi: tra alti e bassi ha attraversato la storia della musica leggera. Lui è un interprete, e io da cantautore dovrei sentirmi vicino a Dalla, ma spero di trovare nel tempo la sua capacità espressiva e la sua capacità di raccontarsi ». Il legame con la sua città, dopo anni di peregrinazioni che lo hanno portato a registrare «Maggese» negli studi dei Beatles a Abbey Road, è sempre più intenso. «E non solo per la promozione in serie A...», scherza. «L'esperienza a Londra non era figlia della presunzione. Dietro c'era la voglia di allargare gli orizzonti per poter poi portare a casa quelle esperienze. Ora ho costruito a Bologna un mio studio. Si chiama Mille galassie e non ha nulla da invidiare, se non la storia, a quelli importanti». In queste settimane è chiuso lì dentro: «Sto selezionando fra una trentina di brani. In questi due anni ho scritto molto. È un lavoro che richiede sacrificio, impone il guardarsi dentro. Devo vivere qualcosa per poi cantarlo, l'esercizio di stile in rima non ha senso». E allora cosa l'ha colpita in questo periodo? «Ho letto tutto John Fante e ci ho trovato questa verità: in brevissimi periodi l'uomo è capace di vivere gioie infinite e disastri sentimentali incredibili, ma c'è sempre un ottimismo legato al fatto che, alla fine, l'essere umano se la cava». Nella musica, invece, cita Kate Nash e Lily Allen «per il linguaggio, il marcato accento e le storie semplici e personali che raccontano » e Amy Winehouse: «Lei è come Vasco. È incredibile come la forza dell'arte, nel suo caso la dolcezza della voce, sia in grado di abbattere ogni pregiudizio. Il pregiudizio è il nemico dei nostri tempi: negli ultimi dieci anni la politica italiana ha mirato a screditare l'avversario, invece dobbiamo capire che siamo sulla stessa barca». Nel blog del suo sito qualche volta parla di politica, nelle canzoni mai. «In prosa l'argomento è sempre chiaro. Quando scrivo canzoni ho un approccio più poetico. Gioie e disperazioni per come va il mondo finiscono nei testi, ma è difficile dire esattamente quale sia la fonte di ispirazione. Una canzone che parla di amore può avere un altro valore se pensiamo che l'insicurezza di oggi verso l'amore è figlia della sofferenza sociale che ci circonda».
Andrea Lanfranchi |