21 gennaio 2008

Tra le dita una sigaretta, che non è più la “Winston blu”. Sdraiato sul divano, Cesare Cremonini alza le braccia scoprendo un tatuaggio sul fianco fatto in gita scolastica a sedici anni, quando studiava al Sabin. Il primo di tutti quelli che ha sulla pelle, inciso prima di Freddie Mercury e dei disegni indonesiani sulla spalla, prima dei “Senza Filtro” (la band al liceo), del clamoroso successo con “Vespa Special” e dell’ implosione dei Lùnapop. Undici anni prima di ritrovarsi la faccia affissa su Porta Santo Stefano, iniziare ad incidere il quinto disco, aprire un suo studio di registrazione e pubblicare all’interno di un libro corale (I nostri ponti hanno un’anima e voi no. Lettere ai politici, ed.Fazi), una lettera “ai politici tutti”. La location del nostro incontro è Casalecchio, all’interno dei “Mille galassie studios”, dove ha appena cominciato a registrare il nuovo album. Si siede.

A che punto siamo?

Ho trenta canzoni provinate, bisogna solo scremare e scegliere le migliori. Raccontano la mia vita in questi ultimi due anni e chiudono un ciclo, l’ultimo disco di inediti prima del best-of.

Cosa cambia, per la prima volta, registrare in uno studio tutto tuo?

E’ importante per il mio modo di lavorare: non ho orari e completa autonomia e libertà creativa. A lavori ultimati “gli studios” saranno una specie di Factory di 400 metri quadri (Comune di Casalecchio permettendo, ndr): uffici, sala prove e uno studio di registrazione all’avanguardia con l’illuminazione capace di simulare luce solare, per persone metereopatiche, come me e Ballo, una parte dedicata alla progettazione grafica, video e multimediale. Sicuramente si tratta di un investimento, per noi e anche per Bologna, e di una scelta anacronistica: in un momento di crisi dell’industria discografica in cui gli studi chiudono, noi ne apriamo uno.

Una crisi che investe anche la politica: tu parli ai “tristi ingegneri del nulla” dicendo di volerti trovare di fianco alla loro bara per assicurarti che non tornino più, non ti sembra un tantino forte?

Sono parole ispirate da una canzone di Bob Dylan del ‘66, “Lord of war”. E’ una metafora per dire che i ragazzi della mia età non stanno aspettando di alzare barricate e andare a fare la rivoluzione: stiamo, semplicemente, aspettando che muoiano. La speranza nel futuro esiste e ci è data dal tempo, che è dalla nostra parte. La condizione della mia generazione è, in questo momento, di attesa. Premettendo il rispetto, alla base di ogni democrazia, per qualsiasi partito e ideologia, credo che questi politici, negli ultimi vent’anni, non abbiano fatto niente per migliorare le condizioni del paese.

E per quanto riguarda la situazione di Bologna?

Quello che manca a Bologna è la consapevolezza di essere una grande città. E’ come se vivesse una depressione bi-polare: noi cittadini passiamo da grandi entusiasmi alla sensazione di essere persi, soli e provinciali. In realtà serve convincersi di fare parte di una grande comunità. Il Bologna FC è primo in classifica e quest’anno, forse, torna in serie A. Siamo la capolista, in grado di affrontare le squadre più forti. Forse è un paragone un po’ romantico, ma alla città serve la stessa spinta: pensare di avere tutti i numeri per concorrere con quelle più grandi. La sensazione che oggi proviamo come tifosi dovremmo portarla anche nella cultura, nell’industria, nell’economia, nella società. Si alza, sorride. La briciola di sigaretta tra le dita, e il futuro d’intorno. Tutto qui.